





Il tempo passa e perdiamo minuti preziosi che ci separano dalla nostra meta. Risolta questa mancanza partiamo in direzione Milena. Le code di macchine sulla statale non ci rallentano più di tanto e grazie all’abilità dei due provetti Siumaker alla guida recuperiamo il tempo perduto.
Arrivati a Milena incontriamo il nostro mentore e maestro di vita "Vincenzo" che ci avverte della sostenuta quantità d’acqua presente nell’inghiottitoio, mossi da curiosità decidiamo comunque di entrare. Sottolineo che noi novizi eravamo con le tute di cotone.
L’entrata nella grotta viene affrontata agevolmente tra i fetori dovuti ai residui organici dei piccioni in decomposizione, sabbie mobili improvvise e fortuiti incontri con volatili.
Si arriva così sopra il primo pozzo passato da tutti con sicurezza. Scesi, di fronte a noi si presenta una piccola cascata; (come ho letto) il saggio dice: prima di passare sotto la cascata ci devo pensare due volte, noi ci pensiamo solo mezza e questa è superata tra imprecazioni e maledizioni varie. Si prosegue in piano verso il secondo pozzo, che viene anticipato essere più “difficilotto” per la grande quantità d’acqua che affluisce in esso.
Gli armatori decidono quindi (per farci un piacere), di montare un deviatore per evitare di scendere sotto un “frocione d’acqua”. Il deviatore un po’ corto crea difficoltà a qualcuno, ma chi più chi meno lo passa, discendendo affiancato (e poi manco tanto) dal copioso fluire delle acque (tanto speranza di uscirne asciutti non c’è né era). Arrivati al fondo di questo pozzo bagnati ma non completamente, la nostra attenzione è attirata dai giochi di luce dei caschi dietro alla seconda cascata.
Passata questa “cascatina” (anche questa volta mezzo pensiero e nulla più) di botto alcuni di noi vengono riportati alla fredda e bagnata realtà (ma cu mù fici fari ù speleologo?). Ci appropinquiamo in seguito alla discesa del terzo pozzo, che mancava solo del via libera delle autorità preposte. Durante il periodo di attesa si cerca di ingannare il tempo con balletti e canzoncine varie (se non per cercare di scaldarsi un po’). Mi sento di fare da portavoce se dico che sentivo nei miei stivali la nascita di un nuovo ecosistema marino e l’inizio di quello che qualcuno chiama piede da trincea. Poco dopo l’Oriola e MarcoN portano il verdetto, troppa acqua e stare bagnati troppo tempo non è cosa buona. L’acqua al terzo pozzo ancora una volta ci tradisce e ci deruba delle nostre aspettative cariche di speranza.
Ormai assammarati, affamati e in regime di semiipotermia si decide di uscire ed è allora che ricordo un vecchio detto: “a scinniri tutti i santi aiutano…”.
La risalita sotto l’acqua è inevitabile ma ormai siamo abituati alla vita dura. Personalmente ero stremato e le forze erano ormai a livelli bassissimi, tanto che per uscire dal primo pozzo ho inventato nuove figure da applicare nei momenti di intimità speleologici, chiedete ai presenti.
Usciti ritroviamo l’ormai dimenticato amico piccione che intrattiene con Giorgia una discussione sul volo battuto in grotta, cosa che comporta in lei una sensazione che alcuni definirebbero: Paura? Spavento? Sorpresa? Noi diciamo solo cacazzo.
Ormai sazi d’acqua e alquanto assetati e disidratati cerchiamo di rifocillarci a dovere e tra un cocco (di cui qualcuno sfruttò anche il latte come abbronzante), panini, mandorle e barrette energetiche sciolte dal sole, ci prepariamo al rientro.
Ma viene fatto notare da qualcuno essere troppo presto e allora, in questi momenti perché non pensare alla collettività, lavando tutti i circa cento metri di corda con sacchi e attrezzature (personali e non) annesse?
Così, sperimentando tecniche idrauliche che farebbero impallidire i costruttori degli acquedotti romani qualcuno decide di lavarsi anche 

Qualcuno lì ha fatto pure colpo su qualcuno (non ho sbagliato a scrivere ho detto proprio qualcuno su qualcuno) e cosi tra presunti incontri notturni, battutine sui tre diti e il ricordo della famosa via Sandalo, ritorniamo a Palermo battendo ogni record di percorrenza sulla Pa-Ag intasata dal traffico.
Cosa abbiamo imparato da questa uscita?
1) Mai dire di avere una sorella a qualche membro del gruppo.
2) Quando andate a Monte Conca portatevi sempre un cambio asciutto.
3) Che “ù pilu è bello, ma no nà pasta”.
Partecipanti:
Oriola, Stocca, Piero, Simione, Marco N., Giorgia e Ceres e/o Gebedia.
Alcuni dei ragazzi, non ancora bene usciti dalla fase REM (dovevate vederli all’appuntamento!) si ci ri-infilano conciliati dal lungo viaggio e dalla guida cullante dei conducenti.
Arrivati ad Agrigento la fame e la vescica di alcuni, hanno il sopravvento e si va alla disperata ricerca di un supermercato o bar o simile con annesso bagno. Finalmente a Porto Empedocle troviamo un supermercato meraviglioso: aria condizionata, inebriante odore di salumi appena affettati, pizze appena sfornate nel reparto pane, dolciumi e porcherie buonissime di ogni tipo e dulcis in fundo un favoloso bagno, anch’esso con aria condizionata… morale della favola: rimaniamo li per oltre mezz’ora.
Ricordatici dello scopo dell’uscita, torniamo alle macchine e ripartiamo, finalmente dopo un’ oretta si arriva in prossimità dell’ingresso della Zubbia.
Ci si prepara, si effettua l’avvicinamento e verso le 12:00 siamo dentro.
I ragazzi, sopratutto i nuovi, sono subito piacevolmente stupiti dalla bellezza delle morfologie carsiche delle grotte gessose; lo stupore li accompagnerà per tutta la grotta.
La prima a scendere è
Dopo il primo pozzo non avevo ancora visto i naturalisti ravanare in mezzo al fango alla ricerca di ossa, mi cominciai a preoccupare, ma la preoccupazione durò poco perchè dopo un pò sentii i primi discorsi e ancora dopo cominciai a vedere anche qualche ossicino, non avevo scampo ero circondato, quattro dei nove partecipanti erano naturalisti e alla fine anche Antonio è stato contagiato, infatti ha trovato un’interessante mandibola che ho preso x portarla ad esaminare (hanno contagiato un pò anche me).
In un paio di ambienti abbiamo scattato qualche foto.
Scesi tutti i pozzi abbiamo girato le zone basse prima della risorgenza, qui di acqua ce n’era parecchia ed è andata a finire a schizzi e arruciate, vi dico solo che uno col sedere asciutto non è uscito; Giorgia in particolar modo ha incontrato delle strane sabbie mobili… hi hi!
Chiaramente non poteva mancare la ricerca di animali di ogni tipo, in particolar modo è stata fatta amicizia con ragni e rane..
Una volta fuori, arrivati alle macchine, dopo l’immancabile foto di gruppo,
ci si prepara per partire alla volta della tanto sognata "scala dei turchi", ma adesso le cose si complicano ed a causa di uno sciagurato gesto di Antonio, l’allegra brigata sarà colpita da sventure; vi chiederete cosa avrà mai fatto, ebbene si, ha staccato il pupazzo della Pantera Rosa che era attaccato al vetro della macchina, gesto che
Finalmente
dopo un pò di peripezie e giri vari si arriva alle "scala dei turchi", il posto è meraviglioso, Antonio, Cristina I. ed io facciamo il bagno, il sole ormai sta x andare via e decidiamo di goderci il tramonto da quell’angolo di paradiso.
Col buoi torniamo alle macchine e facciamo strada per il rientro, ma prima ci concediamo una breve sosta rifocillante al bar.
Ormai la giornata si volge al termine, ma
Per fortuna lo Schumy che è in lei esce fuori e dopo la frenata riesce a controllare la macchina.
Picciotti, non toccate + quella c…o di Pantera Rosa!
Per fortuna arriviamo sani e salvi a Palermo, ma Antonio deve: un copertone nuovo a me ed un paio di mutande pulite alla Stocca.
Carichi come muli inizia il nostro viaggio.
Dopo circa 200 km di autostrada più altri 12 di strade, straduzze e trazzere giungiamo sul posto. Prima fase, sistemazione tende e scelta del luogo destinato al “barbecue”.
Stavolta Antonio si è limitato, soltanto 6 kg di carne tra salsiccia, costate e puntine di maiale più naturalmente lo “spizzulio” composto da olive bianche farcite, olive nere, qualche salamino ecc. ecc. ecc. Ore 19:00 prima passeggiata perlustrativa sul fiume.
Durante il percorso il nostro Rosario, ribattezzato Charles D. per l’occasione, ci invita costantemente ai suoi strani incontri con la fauna selvatica (tartarughe, rane, serpi, granchi d’acqua dolce e altro)!! Alle 20:00 si ritorna alla base e ha inizio la tavolata. Il cibo è buono, il vino anche, l’unico arnese diabolico sul tavolo è una lampada a gas con la quale il sottoscritto inizia una guerra a suon di ustioni e scottature. Unico rimedio disponibile sul luogo una strana erba “curativa” raccolta e consigliata dal nostro Charles D.
Orario imprecisato della notte seconda passeggiata sul fiume, stavolta però in acqua e a piedi scalzi. Terminate le nostre discussioni con rane, girini e granchi torniamo all’accampamento e stavolta per andare a nanna.
L’indomani la sveglia è prevista per le 9:00 ma alle 8:00 siamo già tutti fuori a far colazione. Conclusasi la fase di sistemazione della navetta, si entra in forra alle 10:45.
Contrariamente a quanto previsto entra con noi anche Silvia La Piccola decisa a superare le sue fobie acquatiche.
Superati i primi salti ci rendiamo subito conto che sarebbe stato meglio indossare una muta leggera.

L’unica ad averla è Daniela che per solidarietà, o forse per abilità di Antonio “Brass”, comincia ad alleggerirsi e concedere alla fine un servizio fotografico piccante. L’intero percorso viene compiuto in 5 ore con il superamento di sei salti, cinque dei quali armati sotto cascata data la ridotta portata idrica.


Per concludere, durante il viaggio di ritorno si decide di far tappa a Castel di Tusa dove ad attenderci c’è un bagno al tramonto e una pizza al tavolo di un ristorante.
Partecipanti: MarcoL, Antonio, Daniela, Silvia, Giorgia, Silvia, Livia, Piero, Rosario (Charles), Paolo


sotto un sole impietoso e con temperature che superavano i 40°... "era caldo secco però"... come se fosse una gran consolazione.

Proseguiamo percorrendo la strada litoranea che collega Aspra a Mongerbino fino a Cala dell’Osta, conosciuta dagli indigeni come “Le Tre Piscine”… o qualcosa del genere!








sia per la progressione, sia per i meccanismi di movimentazione di un gruppo così numeroso...da www.madonienews.it
Diffusione della cultura della montagna tra i giovani e gemellaggi con altri paesi, il programma del neo eletto. Il presidente uscente è già presidente del Cai Sicilia
Cai di Petralia, Carapezza succede a Vaccarella
Passaggio di testimone al CAI di Petralia Sottana. L'Assemblea dei Soci della cittadina madonita nei giorni scorsi ha proceduto al rinnovo delle cariche sociali per il triennio 2006-2009. Presidente Sezionale è stato eletto Giuseppe Carapezza, succedendo a Mario Vaccarella che, dopo aver diretto la sezione per 14 anni, nei mesi scorsi è stato nominato Presidente Regionale del CAI. Nel consiglio direttivo sono invece stati eletti Vincenzo Macaluso, Vincenza Geraci, Mario Vaccarella, Vincenzo Carapezza, Salvatore Franco, Alberto Vaccarella, Marco Vattano, Fabrizio Valenza. Come revisori dei conti sono stati designati Gaetano Bencivinni, Pietro Aricò, Gandolfo Bencivinni.
"Sono contento per la mia elezione”, dice il neo-eletto presidente, “anche perché continuiamo con grande passione a portare avanti un lavoro iniziato nel 1927. La nostra infatti è un’associazione storica nata quando un gruppo di escursionisti ha iniziato un percorso di crescita in un periodo storico in cui non esisteva una coscienza ambientale. Con il suo spessore e con grande passione l’associazione ha animato negli anni la vita culturale petraliese". Grandi progetti e grande entusiasmo animano Carapezza che auspica un rilancio dell’alpinismo e dell’escursionismo non solo a Petralia Sottana, ma su tutte le Madonie, mirando al coinvolgimento soprattutto dei giovani e dei bambini e promuovendo l’educazione ambientale all’interno delle scuole. Tra i suoi progetti iniziative finalizzate alla valorizzazione del territorio e gemellaggi con altri paesi.
“C’è tanto da fare”, conclude Carapezza, “ma confido tanto nel supporto e nella collaborazione degli amici eletti nel consiglio direttivo perché siamo tutti accomunati dal medesimo ideale di crescita”.
Melania Federico






